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PESCIOLINO ROSSO

26 aprile 2014
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Il giorno venerdì 28 marzo la nostra classe, insieme ad un’altra terza dell’istituto ha assistito ad un incontro con i responsabili di una fondazione intitolata “Ema Pesciolino Rosso”. Il signor Bertasio ed il signor Giampietro Ghidini sono venuti ad illustrarci il progetto che intende portare avanti la loro associazione, della quale lo stesso Ghidini è il fondatore.

FONDAZIONE PESCIOLINO ROSSO

di DIANA COSTANTINI

La storia di “Ema Pesciolino Rosso” parte da lontano, da un evento che il 23 novembre 2013 ha lasciato nei cuori della gente un enorme vuoto incolmabile: Emanuele, figlio sedicenne di Giampietro, era un ragazzo come tanti altri, sempre sorridente e con tanta voglia di vivere. Una sera, durante una festa di compleanno, degli amici più grandi l’avrebbero convinto ad assumere una cospicua dose di droga sintetica.

Ema, come lo chiamavano i più cari, non aveva mai fatto uso di stupefacenti in vita sua, ma quel giorno il suo corpo non ha retto e la sostanza si è rivelata fatale.

Finita la festa, Emanuele ha cominciato a perdere il controllo, a correre da una parte all’altra della strada, e si è tuffato nel fiume. L’impatto è stato decisivo, non c’è stato modo di fermarlo.

Ema è morto all’istante. Il suo corpo è stato ritrovato tre giorni dopo l’accaduto e la notizia si è diffusa presto sui giornali e in televisione, tutta Italia ha saputo della sua storia.

Il signor Giampietro ci ha raccontato di aver fatto un sogno poche notti dopo il grande lutto: ha sognato di immergersi nel fiume e cercare Emanuele in mezzo alle sue acque. A notte fonda, quando si è svegliato ha capito all’istante ciò che doveva fare: creare un’associazione, la quale si occupasse dei giovani, del loro futuro, li aiutasse nell’intento di trovare lavoro per neolaureati e diplomati.

Questo è ciò che ci è stato esposto da Giampietro.

Egli ha poi passato la parola al suo compagno Bertasio, nei cui occhi abbiamo letto commozione e amarezza.

Lui ci ha spiegato l’importanza dello sport in questo periodo di crescita; attraverso di esso abbiamo la possibilità di relazionare con gli altri, crearci degli interessi che ci distraggano da qualsiasi strada errata e ci riportano ogni volta sulla retta via.

Possiamo accedervi grazie al loro aiuto, contattandoli riusciamo a ricavare tutte le informazioni che ci interessano ed introdurci nel mondo dello sport.

Durante l’incontro, però, non sono mancati i momenti di commozione. Ci hanno inizialmente fatto ascoltare una canzone molto bella, “Lasciami volare” scritta da Giancarlo Prandelli in memoria di Emanuele.

Il brano racchiudeva dentro di sé il significato dell’essere adolescenti, delle difficoltà alle quali si va incontro in questo periodo e di quanta sia la necessità per noi ragazzi di essere compresi e amati anche quando commettiamo degli sbagli nel momento che, come dice la canzone, ci sentiamo liberi e vorremmo volare a tutti i costi.

Abbiamo successivamente assistito alla visione di un film molto toccante. Si chiamava “Sbirri”, è uscito nel 2009, diretto ed interpretato da Raul Bova.

Ci è sembrato incredibile come quel lungometraggio potesse rispecchiare, se non descrivere esattamente la storia della famiglia Ghidini: una giovane coppia di coniugi perde il figlio di sedici anni a causa di una pasticca di extasi.

Abbiamo pianto nel vedere la disperazione di questi genitori immaginando di attribuirla al papà e alla mamma di Ema, i quali avranno trascorso momenti devastanti.

Terminato il film, erano ben visibili sui nostri volti le lacrime.

Il signor Giampietro ci ha in seguito trasmesso dei messaggi fondamentali per condurre un’adolescenza serena, per evitare di commettere gli errori che, ahimè, ha commesso Emanuele: evitare l’omertà di fronte ad atti di bullismo, di non rispetto verso gli altri ragazzi o casi in cui uno di noi fa male o si fa del male, va incontro a dei guai, seri pericoli…Ecco evitare in ogni modo di non parlare, avvertire qualcuno.

Ha sottolineato l’essenzialità del dialogo in famiglia. In fondo, è vero che noi tendiamo spesso ad isolarci a causa di internet, del computer e soprattutto del nostro cellulare che ci tiene legati 24 ore su 24, non riusciamo di conseguenza a creare dei dialoghi, dei legami fondamentali con le persone che ci sono accanto e che ci vogliono bene: primi su tutti i nostri parenti.

Una delle cose che mi ha colpito di ciò che ha detto è che le sostanze stupefacenti provocano sì sensazioni piacevoli in un primo momento, ma se ci pensiamo sono tutte emozioni finte, artificiali, elaborate più dal cervello che dal cuore. Le emozioni vere sono le nostre, quelle che derivano da un sorriso che regali e che ti viene regalato, dai bei gesti che la gente fa nei tuoi confronti, dalle risate durante una passeggiata all’aria aperta in compagnia, con la famiglia, per esempio.

C’è una cosa che chiedono spesso a Giampietro: “Perché la fondazione si chiama Pesciolino Rosso?”

Lui ci ha raccontato a questo proposito una storia molto carina, dandoci anche la risposta a questa ricorrente domanda: a Villanuova, dove vive la famiglia Ghidini, nel giardino della loro casa c’è da sempre un laghetto con dei pesciolini rossi che sguazzano. Circa dieci anni fa, Emanuele si accorge che uno dei suoi pesciolini era in fin di vita, galleggiava sull’acqua come morto. Il papà Giampietro ci impiegò del tempo per convincere il bambino di sei anni a portare il pesce al fiume cosicché potesse riprendersi. A quel punto Ema e il suo papà mettono la creatura in un sacchettino con dell’acqua. Improvvisamente il pesciolino sembra essersi ripreso e torna a sguazzare felice in acqua.

Ma un’anatra che passava da quelle parti è riuscita immediatamente a prenderlo nel becco e a portarlo via. Ema era arrabbiato ma Giampietro non è riuscito a trattenere le risate.

Da quel giorno Ghidini non è più riuscito a dimenticare il loro pesciolino rosso, soprattutto perché quella sera del 23 novembre Emanuele si è gettato esattamente dallo stesso punto in cui dieci anni prima lui e il suo papà avevano portato il pesce.

Giampietro ha voluto poi dedicare dieci minuti alla lettura di una lettera che aveva scritto pochi giorni dopo la morte del suo ragazzo.

Mi ricordo ancora come inizia: ”Ema, mio amato…” Già dalle prime righe ho capito che si trattava di una lettera profonda, nella quale aveva espresso tutto quello che un padre avrebbe sempre voluto dire al proprio figlio.

Quella lettera mi ha fatto riflettere, mentre leggeva ho potuto osservare nei suoi movimenti una certa bontà d’animo, accompagnata dalla sofferenza inflitta dal segno indelebile di un tragico evento.

Qualche volta il silenzio veniva delicatamente interrotto dal rumoreggiare dei pianti degli studenti, ormai quasi inevitabili.

In quel momento ci ha regalato un pezzo della loro storia, ci ha donato la possibilità di sentirci più vicini ad Ema, anche se non tutti lo conoscevamo.

Questo incontro mi è servito forse a sensibilizzarmi maggiormente di fronte a certi eventi.

Credo che Giampietro insieme ai suoi compagni di viaggio stia facendo una cosa bellissima per i giovani ed il loro destino.

Egli ha perso un figlio, ma credo che ne abbia guadagnati altri cento: tutti i ragazzi che in un modo o nell’altro stanno difendendo questa causa, stanno supportando il suo viaggio.

Alla fine di questo incontro Giampietro si è commosso e ha detto con gli occhi lucidi di volerci bene.

Io non ho potuto non credergli.

Stimo il coraggio di un padre di reagire alla perdita del proprio figlio in tal modo.

Lo ringrazio dei preziosi insegnamenti.

Ma lo ringrazio, soprattutto, perché oggi sento la presenza di Emanuele in mezzo a noi, la quale ci invita ad amare tanto la vita, e a tenerla stretta, perché è un sogno fugace.

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